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Errico Malatesta, Comunismo e individualismo

malatestaNettlau suppone che la ragione, o almeno una delle ragioni per cui l’anarchismo, dopo tanti anni di propaganda, di lotta, di sacrifizi, non è ancora riuscito a attirare e sollevare le grandi masse sta nel fatto che gli anarchici delle due scuole, comunisti e individualisti, hanno presentato ciascuno la sua teoria economica come unica soluzione del problema sociale, e non sono perciò riusciti a persuadere la gente della realizzabilità delle loro idee.

Io credo in verità che la ragione essenziale del nostro scarso successo sia il fatto generale che nell’ambiente attuale, cioè date le condizioni materiali e morali in cui si trova la massa dei lavoratori e di quelli che pur non essendo lavoratori produttivi sono vittime lo stesso dell’attuale organizzazione sociale, la nostra propaganda non può avere che una portata limitata, la quale si riduce a poco o nulla in certe regioni più disgraziate ed in certi strati della popolazione più tormentati dalla miseria fisica e morale. E credo che solamente a misura che l’ambiente cambia e ci diventa favorevole (il che può specialmente avvenire nei periodi rivoluzionari e per il nostro impulso) le nostre idee possono conquistare un numero sempre più grande di aderenti ed una crescente possibilità di realizzazione. La divisione tra comunisti e individualisti c’entra per poco, poiché essa realmente interessa solo quelli che già sono anarchici e quella piccola minoranza che è in condizione di poterlo diventare.

Ma con tutto ciò resta vero che le polemiche tra individualisti e comunisti hanno spesso assorbito gran parte delle nostre energie, hanno impedito, anche quando era possibile, una franca e fraterna collaborazione fra tutti gli anarchici ed hanno tenuti lontani da noi molti che se ci avessero veduti tutti uniti sarebbero stati attirati dalla nostra passione per la libertà. E quindi Nettlau fa bene quando predica la concordia, dimostrando che per esservi veramente libertà, cioè anarchia, bisogna che vi sia possibilità di scelta e che ciascuno possa accomodare come crede la propria vita, abbracciando la soluzione comunista o quella individualista, o un qualunque grado o una qualunque miscela di comunismo e di individualismo.

Però Nettlau si sbaglia, secondo me, quando crede che il contrasto tra gli anarchici che si dicono comunisti e quelli che si dicono individualisti si basi realmente sull’idea che ciascuno si fa della vita economica (produzione e distribuzione dei prodotti) in una società anarchica. Queste, dopotutto, sono questioni che riguardano l’avvenire lontano; e se è vero che l’ideale, la mèta ultima, è il faro che guida, o dovrebbe guidare, la condotta degli uomini, è anche più vero che ciò che determina più di tutto l’accordo o il disaccordo non è quello che si pensa di fare domani, ma quello che si fa e si vuol fare oggi. In generale, ci si intende meglio, e si ha più interesse a intendersi con quelli che percorrono la stessa via nostra pur volendo andare in un sito diverso, anziché con quelli che pur dicendo di voler andare dove vogliamo andar noi, si mettono per una strada opposta! Così è avvenuto che anarchici delle varie tendenze, malgrado che in fondo volessero tutti la stessa cosa, si son trovati, nella pratica della vita e della propaganda, in fiera opposizione.

Ammesso il principio basilare dell’anarchismo e cioè che nessuno dovrebbe avere la voglia e la possibilità di ridurre gli altri in soggezione e costringerli a lavorare per lui, è chiaro che rientrano nell’anarchismo tutti, e solamente, quei modi di vita che rispettano la libertà e riconoscono in ciascuno l’eguale diritto a godere dei beni naturali e dei prodotti della propria attività.

È pacifico tra gli anarchici che l’essere concreto, reale, l’essere che ha coscienza e sente, e gode e soffre è l’individuo, e che la Società, lungi dall’essere qualche cosa di superiore di cui l’individuo è lo strumento e lo schiavo, non deve essere che l’unione di uomini associati per il maggior bene di ciascuno. E da questo punto di vista si potrebbe dire che siamo tutti individualisti.

Ma per essere anarchici non basta volere l’emancipazione del proprio individuo, ma bisogna volere l’emancipazione di tutti; non basta ribellarsi all’oppressione, ma bisogna rifiutarsi ad essere oppressori; bisogna comprendere i vincoli di solidarietà, naturale o voluta, che legano gli uomini tra di loro, bisogna amare i propri simili, soffrire dei mali altrui, non sentirsi felici se si sa che altri sono infelici. E questa non e questione di assetti economici: è questione di sentimenti, o, come si dice teoricamente, questione di etica.

Dati tali principi e tali sentimenti, comuni, malgrado il diverso linguaggio, a tutti gli anarchici, si tratta di trovare ai problemi pratici della vita le soluzioni che meglio rispettano la libertà e meglio soddisfano i sentimenti di amore e di solidarietà.
Quegli anarchici che si dicono comunisti (ed io mi metto tra essi) sono tali non perché vogliano imporre il loro speciale modo di vedere o credano che fuori di esso non vi sia salvezza, ma perché sono convinti, fino a prova in contrario, che più gli uomini sono affratellati e più intima è la cooperazione dei loro sforzi a favore di tutti gli associati, più grande è il benessere e la libertà di cui ciascuno può godere. L’uomo, essi pensano, se anche è liberato dall’oppressione dell’uomo, resta sempre esposto alle forze ostili della natura, ch’egli non può vincere da solo, ma può col concorso degli altri uomini dominare e trasformare in mezzi del proprio benessere. Un uomo che volesse provvedere ai suoi bisogni materiali lavorando da solo, sarebbe lo schiavo del suo lavoro. Un contadino, per esempio, che volesse coltivare da solo il suo pezzo di terra, rinuncerebbe a tutti i vantaggi della cooperazione e si condannerebbe ad una vita miserabile: non potrebbe concedersi periodi di riposo, viaggi, studi, contatti colla vita molteplice dei vasti aggruppamenti umani . . . e non riuscirebbe sempre a sfamarsi.

È grottesco pensare che degli anarchici, per quanto si dicano e siano comunisti, vogliano vivere come in un convento, sottoposti alla regola comune, al pasto ed al vestito uniformi, ecc.; ma sarebbe egualmente assurdo il pensare ch’essi vogliano fare quello che loro piace senza tener conto dei bisogni degli altri, del diritto di tutti ad una eguale libertà. Tutti sanno che Kropotkin, per esempio, il quale fu tra gli anarchici uno dei più appassionati ed il più eloquente propagatore della concezione comunista, fu nello stesso tempo grande apostolo dell’indipendenza individuale e voleva con passione che tutti potessero sviluppare e soddisfare liberamente i loro gusti artistici, dedicarsi alle ricerche scientifiche, unire armoniosamente il lavoro manuale a quello intellettuale per diventare uomini nel senso più elevato della parola.
Di più, i comunisti (anarchici, s’intende) credono che a causa delle differenze naturali di fertilità, salubrità e posizione del suolo, sarebbe impossibile assicurare individualmente a ciascuno eguali condizioni di lavoro e realizzare, se non la solidarietà, almeno la giustizia. Ma nello stesso tempo essi si rendono conto delle immense difficoltà per praticare, prima di un lungo periodo di libera evoluzione, quel volontario comunismo universale che essi considerano quale l’ideale supremo dell’umanità emancipata ed affratellata. Ed arrivano quindi ad una conclusione che potrebbe esprimersi colla formula: Quanto più comunismo è possibile per realizzare il più possibile di individualismo, vale a dire il massimo di solidarietà per godere il massimo di libertà.

D’altra parte gl’individualisti (parlo, s’intende, sempre degli anarchici) per reazione contro il comunismo autoritario – che è stato nella storia la prima concezione che si è presentata alla mente umana di una forma di società razionale e giusta e che ha influenzato più o meno tutte le utopie e tutti i tentativi di realizzazione – per reazione, dico, contro il comunismo autoritario che in nome dell’eguaglianza inceppa e quasi distrugge la personalità umana, hanno dato la maggiore importanza al concetto astratto di libertà e non si sono accorti o non vi hanno insistito, che la libertà concreta, la libertà reale è condizionata dalla solidarietà, dalla fratellanza e dalla cooperazione volontaria. Sarebbe nullameno ingiusto il pensare che essi vogliano privarsi dei benefizi della cooperazione e condannarsi ad un impossibile isolamento. Essi comprendono certamente che il lavoro isolato è impotente e che l’uomo, per assicurarsi una vita umana e godere materialmente e moralmente di tutte le conquiste della civiltà, o deve sfruttare direttamente o indirettamente il lavoro altrui e prosperare sulla miseria dei lavoratori, o associarsi coi suoi simili e dividere con essi i pesi e le gioie della vita. E siccome essendo anarchici non possono ammettere lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, debbono necessariamente convenire che per esser liberi e vivere da uomini bisogna accettare un grado ed una forma qualsiasi di comunismo volontario.
Sul terreno economico, dunque, che è quello che apparentemente divide gli anarchici in comunisti e individualisti, la conciliazione sarebbe presto fatta, lottando insieme per conquistare delle condizioni di vera libertà e lasciando poi che l’esperienza risolvesse i problemi pratici della vita. E allora, le discussioni, gli studi, le ipotesi, i tentativi possibili oggi e perfino i contrasti fra le varie tendenze sarebbero tutte cose utili per preparare noi stessi ai nostri compiti futuri.

Ma perché dunque, se davvero sulla questione economica le differenze sono più apparenti che reali e sono in ogni modo facilmente superabili, perché quest’eterno dissidio, questa ostilità che qualche volta diventa vera inimicizia tra uomini che, come dice Nettlau, sono tanto vicini e sono tutti animati dalle stesse passioni e dagli stessi ideali?

Gli è che, come ho detto, la differenza tra i progetti e le ipotesi sulla futura organizzazione economica della società auspicata non è la ragione vera della persistente divisione, la quale invece è creata e mantenuta da più importanti, e soprattutto più attuali, dissensi morali e politici.
Non parlerò di quelli che si dicono individualisti anarchici, e poi manifestano istinti ferocemente borghesi, proclamando il loro disprezzo per l’umanità, la loro insensibilità pei dolori altrui e la loro voglia di dominio. Né parlerò di quelli che si dicono comunisti anarchici, e poi in fondo sono degli autoritari che credono di possedere la verità assoluta e si attribuiscono il diritto di imporla agli altri.

Comunisti ed individualisti hanno spesso avuto il torto di accogliere e riconoscere come compagni alcuni che non hanno di comune con loro che qualche espressione verbale e qualche apparenza esteriore.
Io intendo parlare di quelli che considero veri anarchici. Questi sono divisi sopra molti punti d’importanza reale e attuale, e si classificano comunisti o individualisti, generalmente per tradizione, senza che le cose che realmente li dividono abbiano nulla da fare colle questioni riguardanti la società futura.

Tra gli anarchici vi sono i rivoluzionari, i quali credono che bisogna colla forza abbattere la forza che mantiene l’ordine presente per creare un ambiente in cui sia possibile la libera evoluzione degl’individui e delle collettività – e vi sono gli educazionisti i quali pensano che si possa arrivare alla trasformazione sociale solamente trasformando prima gl’individui per mezzo dell’educazione e della propaganda. Vi sono i partigiani della non-resistenza, o della resistenza passiva che rifuggono dalla violenza anche quando serva a respingere la violenza, e vi sono quelli che ammettono la necessità della violenza, i quali sono poi a loro volta divisi in quanto alla natura, alla portata ed ai limiti della violenza lecita. Vi sono dissensi riguardanti l’attitudine degli anarchici di fronte al movimento sindacale; dissensi sull’organizzazione, o non organizzazione, propria degli anarchici; dissensi permanenti, o occasionali, sui rapporti tra gli anarchici e gli altri partiti sovversivi.

È su queste ed altre questioni del genere che bisogna cercare d’intenderci; o se, come pare, l’intesa non è possibile, bisogna sapersi tollerare: lavorare insieme quando si è d’accordo, e quando no, lasciare che ognuno faccia come crede senza ostacolarsi l’un l’altro.
Poiché, tutto ben considerato, nessuno può essere assolutamente sicuro di aver ragione, e nessuno ha sempre ragione.

Cornelius Castoriadis – La «razionalita» del capitalismo

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Abstract – Il capitalismo è il regime che punta ad accrescere con ogni mezzo la produzione – una certa produzione, non dimentichiamolo – e a ridurre con ogni mezzo i “costi” – costi, non dimentichiamo neppure questo, definiti in un senso molto restrittivo: né la distruzione dell’ambiente, né lo schiacciamento delle vite umane, né l’abbrutimento delle città, né il trionfo universale dell’irresponsabilità e del cinismo, né la sostituzione della tragedia e della festa popolare con i teleromanzi sono tenuti in conto in questo calcolo, né potrebbero esserlo in nessun calcolo di questo tipo. Questo capitalismo non è molto diverso da una giungla moderatamente selvaggia: come in ogni giungla, i più adatti a sopravvivere sono sopravvissuti, e sopravvivono. Senonché questa attitudine alla sopravvivenza non coincide con nessun optimum sociale.

Potrà sembrare strano discutere ancora della “razionalità economica” del capitalismo contemporaneo in un’epoca in cui la disoccupazione ufficiale affligge in Francia tre milioni e mezzo di persone, oltre il 10% della popolazione attiva nei paesi CEE e i governi europei rispondono a questa situazione rafforzando le misure deflazioniste, come la riduzione del deficit di bilancio. La cosa diventa però meno strana, o piuttosto la bizzarria si sposta, allorché si consideri l’incredibile regressione ideologica che colpisce le società occidentali da quasi vent’anni. Cose che si consideravano a buon diritto come acquisite, ad esempio la critica distruttrice dell’economia politica accademica da parte della scuola di Cambridge tra il 1930 e il 1965 (Sraffa, Robinson, Kahn, Keynes, Kalecki, Shackle, Kaldor, Pasinetti, ecc.), sono non dico discusse o respinte, ma semplicemente passate sotto silenzio o dimenticate, mentre invenzioni naïves e inverosimili, come l’“economia dell’offerta” o il “monetarismo”, occupano un posto di primo piano. Contemporaneamente, i cantori del neoliberalismo presentano le loro aberrazioni come evidenze del buon senso, l’assoluta libertà dei movimenti del capitale rovina interi settori produttivi di quasi tutti i paesi e l’economia mondiale va trasformandosi in un casinò planetario.

Questa regressione non è confinata all’ambito dell’economia. Essa è dominante anche nel campo della teoria politica (carattere divenuto indiscusso e indiscutibile della “democrazia rappresentativa” nel momento stesso in cui questa è sempre più svalutata in tutti i paesi dove ha un qualche passato), e più in generale nelle discipline umanistiche, come testimonia, per citare un esempio, l’offensiva scientista e positivista contro la psicoanalisi in atto negli Stati Uniti da quindici anni.

Il retroterra sociale e storico di questa regressione è visibile a occhio nudo. Essa si accompagna a una reazione sociale e politica in corso dalla fine degli anni Settanta, di cui i “socialisti” sono stati in Francia i principali artefici, e della quale nulla al momento lascia presagire la fine, fuorché, in un futuro incerto e lontano, il carattere autodistruttivo di questo nuovo corso del capitalismo. Ma nemmeno questa prospettiva è consolatoria, perché qui non è in gioco soltanto il suicidio del capitalismo, come dimostra la distruzione dell’ambiente su scala planetaria. L’analisi critica dell’attuale momento storico si fa dunque ancora più pressante. Ma non sarà l’oggetto principale di questo testo.

Il capitalismo è il primo regime sociale a produrre un’ideologia che ne decreti la “razionalità”. La legittimazione degli altri tipi d’istituzione della società era mitica, religiosa o tradizionale. In questo caso, invece, si pretende che esista una legittimità “razionale”, istituita dal capitalismo stesso (senza quindi la consacrazione dell’esperienza o della tradizione, senza il benestare degli eroi o degli dei, ecc.). E tutto si svolge come se il carattere recente di tale istituzione, anziché relativizzarla, l’avesse resa indiscutibile. Per poco che vi si rifletta, non si può evitare la domanda: che cos’è dunque la razionalità, e quale razionalità intendiamo?

Il capitalismo potrebbe valersi di un certo hegelismo: la ragione è l’operazione conforme a uno scopo, diceva il vecchio maestro di Marx. Criterio della razionalità sarebbe allora la conformità di un’operazione al suo scopo. Ma per questa via diventa impossibile chiedersi: che ne è della razionalità dello scopo in questione? Questa razionalità circoscritta ai mezzi, che Max Weber chiamava curiosamente Zweckrationalität, vale a dire razionalità strumentale, non ha evidentemente alcun valore in sé. La scelta del miglior veleno per uccidere il proprio sposo, o la scelta della bomba H più efficace per sterminare milioni di persone, proprio in virtù della loro “razionalità” aumentano l’orrore che proviamo; orrore che non è motivato soltanto dallo scopo perseguito ma dai mezzi che hanno permesso i raggiungerlo con la massima efficacia. Eppure l’ideologia capitalistica, nei suoi momenti più filantropici, ha la pretesa di affermare uno scopo della “razionalità”: il “benessere”.

La sua specificità è data dal fatto che essa identifica questo benessere con un massimo (o con un ottimo) di tipo economico, o meglio presume che esso certamente deriverà dalla realizzazione di questo massimo (o ottimo). Così, direttamente o indirettamente, la razionalità è ridotta a razionalità “economica”, e questa è definita in termini puramente quantitativi come massimizzazione/minimizzazione (massimizzazione di un “prodotto” e minimizzazione dei “costi”). È evidentemente lo stesso regime a decidere sia che cos’è un prodotto – e come questo prodotto sarà valutato – sia quali e quanti saranno i “costi”(2).

Teniamo presente che per ogni cultura la relatività del criterio ultimo è nota, almeno a partire da Max Weber, per non risalire fino a Erodoto. Ogni società stabilisce contemporaneamente la propria istituzione e la sua “legittimazione”. Questa legittimazione, termine improprio, occidentale, che rinvia già a una “razionalizzazione”, è quasi sempre implicita. O meglio, essa è “tautologica”: le disposizioni dell’Antico Testamento o del Corano trovano la loro “giustificazione” in ciò che affermano – che “non c’è che un unico Dio, che è Dio” di cui esse rappresentano la parola e la volontà. In altri casi – le società arcaiche – queste rinvengono la giustificazione nel fatto che sono state istituite dagli antenati, i quali sono da riverire e onorare come prescrive l’istituzione. Allo stesso modo è tautologica la “legittimazione” del capitalismo in base alla sua razionalità: chi, all’interno di questa società, salvo forse un poeta o un mistico, oserebbe insorgere contro la sua “razionalità”?

Questo circolarità dell’istituzione non è, beninteso, che un momento della circolarità della creazione. L’istituzione non può esistere se non assicura la propria esistenza, e la forza bruta è generalmente incapace di assolvere questo ruolo al di là di brevi periodi(3). (Aprendo una parentesi, ci si può domandare che cosa ne è di una società autonoma, cioè una società capace di rimettere in discussione, in modo esplicito e lucido, le sue stesse istituzioni. Per un verso, essa non può evidentemente uscire da questo cerchio. E affermerà che l’autonomia sociale e collettiva “vale”. Certo, potrà giustificare a valle la sua esistenza in base alle sue opere, tra cui il tipo antropologico d’individuo autonomo cui essa stessa dà vita. Ma la valutazione positiva di queste opere dipende sempre dai criteri, più generalmente dai significati immaginari sociali, che essa stessa ha istituito. Questo per dire che alla fin fine nessun tipo di società può trovare la propria giustificazione al proprio esterno. Non si può uscire da questo cerchio, e non è là che si può costituire il fondamento di una critica del capitalismo).

Occorre notare che, nell’ultimo periodo, gli ideologi asserviti hanno abbandonato la pretesa di giustificare o legittimare il regime; essi rimandano semplicemente al fallimento del “socialismo reale” – come se quel che fa Landru fornisse una giustificazione a quel che fa Stavisky – e alle cifre della “crescita”, là dove questa continua ad aver luogo. Erano più coraggiosi in altre epoche, allorché scrivevano trattati di Welfare Economics, cioè di Economia del benessere. È anche vero che il pietoso stato in cui versano gli ex-critici professionisti (“marxisti”, o supposti tali) del capitalismo permette loro, in piena sintonia con lo spirito dell’epoca, di mettere da parte ogni pretesa di serietà. In ogni caso, la nostra critica sarà essenzialmente immanente; cercherà di mostrare che, sul piano teorico, le costruzioni dell’economia politica accademica sono incoerenti o prive di senso o valide unicamente per un mondo fittizio; e che, sul piano empirico, il funzionamento reale dell’economia capitalistica ha pochi rapporti con quel che se ne dice nella “teoria”. In altre parole, si farà la critica del capitalismo secondo i suoi stessi criteri. La discussione sarà divisa in quattro parti:

  • •la specificità e relatività sociale-storica dell’istituzione capitalistica;
  • l’ideologia teorica dell’economia capitalistica;
  • la realtà effettiva dell’economia capitalistica;
  • i fattori dell’efficacia produttiva della società capitalistica e della sua resilienza o capacità di resistere sul piano sociale e storico.

Specificità e relatività sociale-storica dell’istituzione capitalistica

Per chi osservi dall’alto la storia, il tratto caratteristico del capitalismo rispetto a ogni altra forma di vita sociale-storica è il posto che vi occupa l’economia (la produzione e il consumo, ma ancor più i “criteri” economici): l’economia è al centro ed è valore supremo della vita sociale. A corollario c’è la costituzione del “prodotto” sociale specifico del capitalismo. In poche parole, tutte le attività umane e tutti i loro effetti vengono, poco o tanto, considerati come attività e prodotti economici, o perlomeno come essenzialmente caratterizzati e valutati per la loro dimensione economica. Inutile aggiungere che questa valutazione è fatta esclusivamente in termini monetari.

Questo aspetto era apertamente riconosciuto già alla fine del XVIII secolo se non prima. Le giustificazioni dell’indifferenza moderna davanti agli affari comuni e alla politica(4) chiamano in causa la centralità degli interessi economici per l’uomo moderno. Saint-Simon e Auguste Comte saranno i cantori dell’epoca “industriale” o “positivista”. Le pagine di Marx nei Manoscritti del 1844 sulla trasformazione di tutti i valori in valori monetari sono belle ed efficaci; esse non contrastano con l’opinione dell’epoca per il contenuto (si pensi a Balzac), bensì per la virulenza della critica. Ma è significativo che la chiara coscienza della storicità del fenomeno che c’era all’epoca verrà rapidamente occultata dagli apologeti del nuovo regime, reclutati soprattutto tra gli economisti. Questo occultamento prenderà la forma di una glorificazione del capitalismo, presentato come regime economico “razionale”, la cui comparsa segna il trionfo della ragione nella storia e relega i precedenti regimi nell’oscurità dei tempi “gotici” o primitivi. L’emergere storico del capitalismo diventa, nei loro scritti, epifania della ragione e, con ciò, si assicura un avvenire illimitato. Come scriveva Marx, “per loro c’è stata la storia, ma non ce ne sarà più”.

Curiosamente (oppure no se pensiamo ai vantaggi ideologici di questa tesi) il disconoscimento della storicità del capitalismo ha prevalso tra gli economisti, da Ricardo a oggi. Si è glorificata l’economia politica, e il suo oggetto, come investigazione della “pura logica della scelta” o come studio dell’“allocazione di mezzi limitati per la realizzazione di obiettivi limitati” (Robbins). Come se questa scelta potesse essere totalmente indipendente, nei modi e nei contenuti, dalla forma socio- storica nella quale avviene; e come se solo l’economia ne fosse coinvolta (o come se l’economia potesse subordinare a sé tutte le attività umane in cui si compie una scelta: dalla strategia fino alla chirurgia). Questa aberrazione ha avuto successo nel periodo recente, in cui si sono viste proliferare “economie” e pretese di riduzione al calcolo economico pressoché in tutti gli ambiti (dall’educazione fino alla repressione penale). È chiaro che in questa prospettiva i “ragionamenti” della scienza economica (scrivo ormai questa parola senza virgolette per non essere pesante) si applicano di diritto, e anche di fatto, a tutte le società che sono esistite o che esisteranno.

Sotto altra forma, queste idee sono riemerse negli scritti di F. von Hayek. Secondo Hayek la società capitalistica avrebbe dato prova della sua eccellenza – della sua superiorità – per selezione darwiniana. Essa si sarebbe cioè rivelata la sola capace di sopravvivere nella competizione con le altre forme di società. A parte l’assurdità di applicare lo schema darwiniano alle forme sociali nella storia, e la ripetizione di una menzogna ormai risaputa («la sopravvivenza dei più adatti è la sopravvivenza dei più adatti a sopravvivere»: il successo del capitalismo mostra semmai che esso è il più forte, nel senso più brutto e più brutale del termine, non che è il migliore o il più “razionale” – l’“antimetafisico” Hayek si rivela qui hegeliano della specie più grossolana), noi sappiamo che le cose non sono andate in questo modo. Quel che si osserva nei secoli XVI, XVII e XVIII non è una competizione tra un numero indefinito di regimi da cui il capitalismo sarebbe uscito vincitore, bensì l’enigmatica sinergia di un insieme di fattori che cospirano tutti verso lo stesso risultato(5). Che poi, successivamente, una società basata su una tecnologia altamente evoluta abbia potuto mostrare la propria superiorità sterminando nazioni e tribù amerinde, aborigene tasmaniane o australiane, e riducendone in schiavitù molte altre, non è un gran mistero.

Non è necessario passare qui in rassegna gli esempi e gli studi che documentano come la quasi totalità della storia umana si sia sviluppata in regimi dove l’“efficacia” economica, la massimizzazione del prodotto, ecc., non erano affatto dei riferimenti centrali nelle attività sociali. Non che queste società siano state perciò “irrazionali” a livello dell’organizzazione del loro lavoro o dei loro rapporti di produzione. Ma quasi sempre, dato un livello tecnologico, la vita si dipana con ben altre preoccupazioni che migliorare la “produttività” del lavoro con invenzioni tecniche o ristrutturazioni dei metodi di lavoro e dei rapporti di produzione. Questi settori delle attività sociali erano subordinati e integrati ad altri ritenuti ogni volta come incarnanti le finalità principali della vita umana e, soprattutto, non erano separati come “produzione” o “economia”. Queste separazioni sono assai tardive e, essenzialmente, sono state istituite insieme al capitalismo, da e per questo. Ci si limiterà a ricordare i lavori di Ruth Benedikt sugli Indiani d’America, di Margaret Mead sulle società del Pacifico, di Gregory Bateson su Bali, ecc., senza dimenticare quelli di Pierre Clastres sui Tupi Guarani e di Jacques Lizier sugli Yanomani. Più recentemente, è stato Marshal Sahlins (Età della pietra, età dell’abbondanza) a fornire la sintesi più soddisfacente di queste questioni. Non si tratta, del resto, di discorsi limitati ai popoli primitivi. L’antropologia economica della Grecia antica conduce a conclusioni analoghe, così come l’analisi delle società medievali(6).

Tutti i lavori sull’emergere del capitalismo in Europa occidentale mostrano con forza la “contingenza” storica di questo processo, quale che ne sia la validità intrinseca. Si pensi a Max Weber, Werner Sombart, Richard Tawney, ecc. Anche per una persona così convinta della “necessità storica” in generale e del capitalismo in particolare come Karl Marx, la nascita del capitalismo è inconcepibile senza quella che egli chiama, a giusto titolo, l’accumulazione primitiva, di cui mostra diffusamente (capitoli XXVI-XXXII del primo volume del Capitale) il condizionamento da parte di fattori che nulla hanno di “economico” e nulla devono al “mercato”, in particolare le esazioni, la frode e la violenza privata e statale(7). Un lavoro analogo è stato fatto, in tempi più recenti e in modo magistrale, da Karl Polanyi, ne La Grande Trasformazione.

Prima di proseguire, si pone l’esigenza di caratterizzare in maniera soddisfacente il regime capitalista. Si sa almeno da Marx che il tratto specifico del capitalismo non è il semplice accumulo di ricchezze. La tesaurizzazione è praticata in molte società storiche e altrettanto noti sono i tentativi di proprietari latifondisti di far rendere la terra su grande scala avvalendosi di lavoro servile (per citare un caso a noi vicino, la Roma imperiale). Ma la semplice massimizzazione (della ricchezza, della produzione) non basta, da sola, a caratterizzare il capitalismo. Marx aveva afferrato il cuore della faccenda, allorché poneva come determinanti del capitalismo l’accumulazione delle forze produttive combinata con la trasformazione sistematica dei processi produttivi e lavorativi e quel che lui ha chiamato “l’applicazione ragionata della scienza nel processo di produzione”(8). L’elemento decisivo non è l’accumulazione in quanto tale, bensì la trasformazione continua del processo di produzione in vista della crescita del prodotto combinata a una riduzione dei costi. Al riguardo Max Weber parlerà di “razionalizzazione”, che a suo dire – correttamente – sotto il capitalismo tende a impadronirsi di tutte le sfere della vita sociale, in particolare come estensione del dominio della calcolabilità. Alle analisi di Marx e di Weber, Georg Lukàcs ne aggiungerà altre importanti sulla reificazione della vita sociale prodotta dal capitalismo.

Perché la “razionalizzazione”? Come ogni creazione storica, il prevalere di questa tendenza alla “razionalizzazione” è, fondamentalmente,“arbitrario”; non possiamo dedurlo né produrlo da altro. Tuttavia possiamo caratterizzarla meglio collegandola a qualcosa di più conosciuto, familiare, che in altri tipi di organizzazione sociale si è espresso in altre forme: la tendenza al dominio. Questo ci permette in particolare di operare un collegamento con uno degli aspetti più profondi della psiche individuale: l’aspirazione all’onnipotenza. Nemmeno questa tendenza, questa spinta al dominio è però specifica soltanto del capitalismo; anche le organizzazioni sociali orientate alla conquista, per esempio, la manifestano. Noi possiamo avvicinare la specificità del capitalismo considerando semmai due sue caratteristiche essenziali.

La prima, è che questa spinta al dominio non è orientata semplicemente alla conquista “esteriore”, ma ha di mira la società tutta. Non deve realizzarsi solo nella produzione ma anche nel consumo, e non soltanto nell’economia ma nell’educazione, nel diritto, nella vita politica, ecc. Sarebbe un errore – l’errore marxista – ritenere queste estensioni come “secondarie” o strumentali rispetto al dominio della produzione e dell’economia che sarebbe invece l’essenziale. È lo stesso significato immaginario sociale che via via si impadronisce delle sfere sociali. Che “cominci” con la produzione certo non è un caso: è nella produzione che i cambiamenti della tecnica permettono dapprima una razionalizzazione dominatrice. Ma la produzione non ne ha il monopolio. Dal 1597 al 1607 Maurice de Nassau, principe d’Orange e Statholder di Olanda e di Zelanda, fissa, con l’aiuto dei suoi fratelli Guillaume-Louis e Jean, le regole canoniche per l’uso del moschetto: esse comprendono circa 40 movimenti precisi che il moschettiere deve effettuare in sequenza e secondo un ritmo fisso e uniforme per tutta la compagnia. Queste regole saranno codificate da Jacob de Ghyn in un Manuale sull’impiego delle armi, pubblicato ad Amsterdam nel 1607, che avrà subito grande diffusione in Europa e sarà tradotto su ordine dello zar in una Russia praticamente analfabeta(9).

La seconda è evidentemente che la spinta al dominio si dota di mezzi nuovi, di un carattere speciale (“razionale”, ossia “economico”) per compiersi. I mezzi non sono più né la magia né la vittoria nelle battaglie, ma precisamente la razionalizzazione, che prende qui un contenuto particolare, del tutto specifico: quello della massimizzazione/minimizzazione, cioè dell’estremizzazione, se si può coniare questo termine a partire dalla matematica (massimo e minimo sono due casi dell’estremo). È considerando questo insieme di fatti che possiamo caratterizzare il nucleo del significato immaginario sociale del capitalismo come la spinta all’estensione illimitata del “dominio razionale”. Spiegherò in seguito il perché delle virgolette.

Questa estensione illimitata del dominio razionale va di pari passo con – ed è incarnata in – molti altri movimenti sociali-storici. Non intendo parlare delle conseguenze del capitalismo (per esempio, l’urbanizzazione e i cambiamenti dei caratteri delle città), ma dei fattori la cui presenza è stata condizione essenziale del suo emergere e del suo sviluppo:

  • l’accelerazione straordinaria del progresso tecnico, fenomeno storicamente nuovo (questa constatazione è banale, ma va sottolineata). Questa accelerazione è prodotta dal fiorire scientifico che inizia già prima del “Rinascimento”, ma che si accentua enormemente con questo. E si trasforma nel periodo recente in un movimento autonomo di tecnoscienza. Bisogna sottolineare un tratto particolare di questo sviluppo della tecnica: essa è, perlopiù, orientata verso la riduzione, quindi l’eliminazione, del ruolo dell’uomo nella produzione. Questo è comprensibile, dal momento che l’uomo è l’elemento più difficile da controllare; ma al contempo questo porta a irrazionalità di altro tipo (per esempio, le défaillance dei sistemi tecnici possono avere conseguenze catastrofiche);
  • la nascita e il consolidarsi dello Stato moderno. Lo sviluppo del capitalismo in Europa occidentale va di paro passo con la creazione dello Stato Assoluto, che lo nutre e lo facilita sotto più aspetti. Nello stesso tempo, questo Stato centralizzato si burocratizza, vale a dire un’“ordinata” gerarchia burocratica si sostituisce al caotico intrico feudale. Questa burocratizzazione dello Stato e dell’esercito fornirà un modello organizzativo alla nascente impresa capitalista;
  • nei casi più importanti (Inghilterra, Francia, Paesi Bassi…), la creazione dello Stato moderno è parallela alla formazione delle nazioni moderne. Si costituisce così una sfera nazionale che, tanto dal punto di vista economico (mercati protetti nazionali e coloniali, ordinazioni statali) che giuridico (unificazione delle regole e delle giurisdizioni), è essenziale per la prima fase dello sviluppo capitalistico;
  • una significativa mutazione antropologica ha luogo. Il motivo economico, bene o male, tende a scalzare tutti gli altri. L’essere umano diventa homo oeconomicus, cioè homo computans. Il tempo è riassorbito nel tempo misurabile, imposto a tutti. Il tipo dell’imprenditore schumpeteriano, poi dello speculatore, diventa centrale. Le differenti professioni sono chi più chi meno imbevute della mentalità del calcolo e del guadagno. Nello stesso tempo, nasce e si sviluppa una psicosociologia operaia, caratterizzata dalla solidarietà, dall’opposizione all’ordine esistente e dalla sua contestazione, che per quasi due secoli si opporrà alla mentalità dominante e condizionerà il conflitto sociale; ma soprattutto il capitalismo nasce e si sviluppa in una società in cui è presente fin dall’inizio il conflitto e, più specificamente, la messa in discussione dell’ordine stabilito. Manifestatasi all’inizio come movimento della protoborghesia che mirava all’indipendenza dei comuni, questa messa in discussione traduce finalmente, nel contesto dell’Europa occidentale, la ripresa dell’antico movimento verso l’autonomia e si dispiegherà sotto le vesti del movimento democratico e operaio. L’evoluzione del capitalismo dopo uno stadio iniziale è incomprensibile senza questa contestazione interna, che è stata di importanza decisiva come condizione stessa del suo sviluppo, come verrà ricordato oltre.

L’ideologia teorica dell’economia capitalistica

Quella che passa attualmente sotto il nome di “scienza economica” è stata l’oggetto di così tante critiche distruttive, e intrattiene così pochi rapporti con la realtà, che occuparsene ancora può sembrare anacronistico e inutile quanto frustare cavalli morti. Ma la regressione ideologica dell’epoca, come ho già detto, è talmente grande e soprattutto i cocci di queste “teorie” sopravvivono ancora in troppi spiriti confusi, non soltanto nei giornalisti, che diventa necessario dedicarsi a un’opera sommaria di ricapitolazione.

C’è stata un’economia politica classica che termina di fatto con Marx. Ma come questi già segnalava, ciò che sotto i suoi predecessori classici era stato sforzo di analisi seria della nuova realtà sociale emergente era rapidamente diventato, tra le mani degli epigoni di Smith e di Ricardo, esercizio di difesa e glorificazione del nuovo regime. Dopo una fase di apologetica volgare, l’economia politica indossa abiti matematici, cosa che le permette di avanzare pretese di “scientificità”. Ma il carattere ideologico della nuova scienza è smascherato dal suo sforzo insistito di presentare il regime come al contempo inevitabile e ottimale. Sarebbe facile far presente che una o l’altra di queste virtù basterebbe; ma che l’inevitabile sia anche ottimale non può che far rizzare gli orecchi. Qui si tenterà soltanto di mettere in luce alcuni postulati fondamentali di quest’ideologia, e di mostrarne sia la vacuità che l’irrealtà.

L’idea che sovrasta tutte le altre è l’idea di separabilità, che conduce a quella di imputazione separata. Ora in realtà il sottospazio economico, come ogni sottospazio sociale, non è né discreto né continuo (va da sé che questi termini sono utilizzati in senso metaforico). Nelle loro attività economiche, un individuo o un’azienda sono certo identificabili come entità a parte, ma la loro attività da ogni punto di vista è costantemente intrecciata con quella di un numero indefinito di altri individui o aziende in una molteplicità di modi non propriamente separabili. Un’azienda decide in funzione di un “clima generale” nella pubblica opinione, e le sue decisioni modificheranno questo clima generale. Le sue azioni, senza che lo voglia o lo sappia, renderanno la vita e l’attività di altre aziende più facile (economie esterne) o più difficile (diseconomie esterne) e in cambio subirà, positivamente o negativamente, gli effetti delle azioni di altre aziende e di altri fattori della vita sociale. L’imputazione di un risultato economico a un’azienda è puramente convenzionale e arbitraria, segue delle frontiere tracciate dalla legge (proprietà privata), la convenzione o l’abitudine. Ugualmente arbitraria è l’imputazione del risultato produttivo a tale o tal altro fattore di produzione, il “capitale” o il “lavoro”. Capitale (nel senso dei mezzi di produzione prodotti) e lavoro contribuiscono al risultato produttivo senza che sia possibile, eccetto forse nei casi più triviali, separare il contributo di ciascuno. La stessa cosa vale all’interno di una fabbrica tra i diversi reparti. E vale anche per il “risultato del lavoro” di ogni individuo. Nessuno potrebbe fare quel che fa senza la sinergia della società in cui è immerso, e senza l’accumulo nei suoi gesti e nel suo animo degli effetti della storia precedente. Questi effetti sono, tacitamente, trattati dall’economia politica classica come “regali gratuiti della storia”, ma essi hanno risultati fortemente tangibili, che possiamo constatare, per esempio, se compariamo la produttività industriale di una popolazione europea con quella delle popolazioni dei paesi precapitalisti(10). Il prodotto sociale è il prodotto della cooperazione di una collettività le cui frontiere sono sfumate. L’idea di prodotto individuale è un’eredità della convenzione/istituzione giuridica della prima instaurazione della “proprietà privata” sul terreno. Queste idee, separabilità in generale e possibilità d’imputazione separata in particolare, sono i taciti presupposti dei postulati della teoria economica.

Il primo di questi postulati, esplicito o implicito, è quello dell’homo oeconomicus, che non riguarda solo gli individui, ma le organizzazioni (imprese, Stato – benché questo, curiosamente, sembri sfuggire al postulato di razionalità che caratterizzerebbe tutti gli altri attori della vita economica, indubbiamente perché è perturbato da fattori politici). Il fatto che questi corpi collettivi sviluppino delle condotte, delle “razionalità” e soprattutto delle irrazionalità specifiche non preoccupa più di tanto i teorici. Quest’uomo economico è un uomo esclusivamente e perfettamente calcolatore. Il suo comportamento è quello di un computer che massimizza o minimizza in ogni istante i risultati delle sue azioni. Si potrebbe facilmente far sorridere il lettore sviluppando rigorosamente le conseguenze di questa finzione: lui non lo sa, ma ogni mattina, dopo il risveglio ma prima di scendere dal letto, passa in rassegna i miliardi di possibilità che gli si offrono per massimizzare il piacere o minimizzare il dispiacere della giornata che comincia, ne soppesa le combinazioni, quindi poggia il piede per terra, sempre pronto peraltro a rivedere le conclusioni del suo calcolo alla luce di ogni nuova informazione che dovesse ricevere… Come nel loro giudizio del sistema capitalista i suoi apologeti sembrano ignorare la storia, l’etnologia e la sociologia, analogamente questo postulato ignora deliberatamente la psicologia e la psicoanalisi così come la sociologia dei gruppi e delle organizzazioni. Nessuno funziona cercando costantemente di massimizzare/minimizzare le sue “utilità” e “disutilità”, i suoi benefici e i suoi costi, e nessuno potrebbe farlo. Nessun consumatore è al corrente della totalità delle merci che sono sul mercato, delle loro qualità e dei loro difetti, e nessuno potrebbe esserlo. Così come nessuno è guidato esclusivamente da considerazioni di utilità o di “ofelimità” personale; deve scegliere nell’ambiente che gli è accessibile, è influenzato dalla pubblicità, i suoi “gusti” riflettono una serie d’influenze sociali più o meno aleatorie dal punto di vista “economico”. Questo vale anche per le decisioni delle organizzazioni. La burocrazia manageriale che dirige le aziende non solo ha un’informazione imperfetta e criteri il più delle volte falsi, ma prende le sue decisioni non come esito di una procedura “razionale”, bensì al termine di una lotta tra schieramenti mossi da motivazioni di cui la massimizzazione dei profitti aziendali è una e non sempre la più importante.

Il postulato della matematizzazione è evidentemente consustanziale alla “razionalizzazione” concepita in termini esclusivamente quantitativi. I manuali e i testi di economia politica sono zeppi di equazioni e grafici, che quasi mai hanno senso, se non come esercizi elementari di calcolo differenziale e di algebra lineare. Tale mancanza di senso ha molteplici ragioni.

  • Questa matematizzazione è essenzialmente quantitativa (algebrico- differenziale). Ora l’economia reale presenta il paradosso di essere piena di quantità, che non sono però suscettibili di trattamento matematico se non elementare. Ci sono certo le quantità fisiche, ma queste quantità, si sa, sono eterogenee. Non si possono addizionare né sottrarre, tranne quando si tratta rigorosamente dello stesso oggetto. (Non sto parlando dei calcoli dell’ingegnere). Eppure esse sono addizionate lo stesso sul mercato, o nelle tabelle di contabilità nazionale, con il loro prezzo. Ma le grandezze così stabilite hanno significato soltanto all’interno di un quadro molto stretto. Per esempio, non sono comparabili né nel tempo né tra Paesi. Solo le valutazioni secondo i prezzi correnti si possono sommare, ma queste forniscono al più un’immagine “istantanea” e di significato limitato. A esser rigorosi, non è granché sensato comparare, ad esempio, il prodotto nazionale su periodi temporali successivi (anche vicini), perché la sua composizione nel frattempo è cambiata e i metodi inventati per aggirare il famoso problema dei numeri indici sono artifici poco rigorosi. Questo non contraddice la verità di frasi come “la produzione quest’anno è diminuita rispetto all’anno scorso”, o “i consumi delle fasce operaie sono notevolmente aumentati nell’ultimo secolo”, ma rende i calcoli e le previsioni al terzo o quarto decimale, abitualmente praticati nella contabilità nazionale, assolutamente ridicoli.
  • L’economia politica parla continuamente del “capitale” come fattore di produzione, intendendo l’insieme dei mezzi di produzione prodotti. Ora questo insieme non è, per la verità, misurabile, per molteplici ragioni: la sua composizione è eterogenea, le valutazioni dei beni che lo compongono ai prezzi del mercato possono cambiare dall’oggi al domani secondo lo stato della domanda e le previsioni di profitto, le invenzioni tecniche modificano costantemente il “valore” degli elementi che lo compongono (delle macchine nuove possono perdere tutto il loro valore se sul mercato entrano macchine più performanti); i cambiamenti dei “gusti”, vale a dire modificazioni più o meno durature della struttura della domanda, modificano anch’esse il “valore” di questi elementi. Tuttavia questo non impedisce ai manuali di economia politica, e nemmeno ai Premi Nobel, di parlare continuamente di “funzioni di produzione” e di litigare tra loro sulla forma matematica più appropriata.
  • D’altra parte, il calcolo differenziale ha a che fare con grandezze continue, mentre le quantità economiche sono discrete (sia che le si prenda “fisicamente” sia che si considerino le loro valutazioni in prezzi correnti). Le derivate e i differenziali di cui sono pieni i testi d’economia sono una presa in giro della matematica. Tutte le curve “marginali” – dei costi, di “utilità”, ecc. – sono fondamentalmente prive di senso. È vero che la stessa domanda appare in fisica quantica, dove si utilizza il calcolo differenziale mentre i fenomeni hanno probabilmente una struttura soggiacente discreta. Ma la realtà osservabile è comunque abbastanza “pseudo-continua” da giustificare questo trattamento, cosa del resto mostrata dall’efficacia scientifica dei metodi della fisica. (La stessa cosa vale per le equazioni della termodinamica statistica). È possibile “interpolare” i punti di una curva supposta a partire da valori osservabili estremamente vicini, e si può quindi calcolare una quasi- derivata. Ma un grafo di cui si possono determinare solo pochi punti esclude il trattamento da parte dell’analisi matematica. Questo è vero in tutti gli ambiti dell’economia, ma particolarmente trattandosi di capitale e di produzione. Per fare un esempio sorprendente, ma nient’affatto eccezionale, una compagnia aerea che voglia aumentare la sua capacità di trasporto può farlo solo acquistando unità che valgono decine di milioni di dollari l’una.
  • Tutto ciò non fa che ribadire che la nozione di funzione in economia è priva di validità. Una funzione è una legge che collega in maniera assolutamente rigida uno o più valori della variabile indipendente a uno e un solo valore della variabile dipendente. Ma anche a supporre che queste variabili siano misurabili, simili relazioni rigide semplicemente non esistono in economia. Ci sono certo un gran numero di regolarità approssimative, senza le quali la vita reale dell’economia sarebbe impossibile. Ma la valutazione corretta di queste regolarità, e il loro utilizzo adeguato da parte degli attori dell’economia, rientrano nella sfera dell’arte, non in quella “scientifica”. Si può essere certi, tutto sommato, che se la domanda di una merce aumenta a fronte di un’offerta più o meno stabile, il prezzo della merce aumenterà. Ma è assurdo voler dire matematicamente di quanto. Ugualmente, un aumento della domanda comporterà, in generale, un aumento della produzione. Ma la ripartizione del potere d’acquisto della domanda addizionale tra aumento del prezzo e aumento dell’offerta (della produzione) dipende da una congerie di fattori che non sono misurabili e a dire il vero non sono sempre identificabili: per esempio, il grado di oligopolio nel settore in questione, le stime delle aziende sul carattere passeggero o duraturo dell’aumento della domanda, ecc. Nemmeno le possibilità di aumento dell’offerta (della produzione) in un caso simile sono determinabili a priori. La capacità di produzione a capitale fisso è determinata con rigore solo in alcuni settori eccezionali (altiforni, ecc.). Per la maggior parte delle industrie manifatturiere, questa capacità può variare da una fino a quasi tre volte tanto, a seconda che sia o non sia possibile passare dal lavoro a una squadra al lavoro a due o tre squadre. Il grado di utilizzo del capitale fisso è indefinito, e, a un gradino inferiore, la stessa cosa vale per l’intensità dell’utilizzo della forza lavoro. Più generalmente, parlare di “leggi” in economia è un mostruoso abuso di linguaggio, fatta eccezione, ancora una volta, per pochi casi triviali neppure degni di un trattamento quantitativo rigoroso. Anche nel corto periodo, in un’economia “statica”, lo stato e l’evoluzione del sistema dipendono essenzialmente dalle azioni e reazioni degli individui, dei gruppi e delle classi, che non sono sottoposte a determinismi fissi. Ancor più questo vale per l’evoluzione a medio e lungo termine. Questa è determinata per un verso dal ritmo e dal contenuto dei cambiamenti tecnologici, che sono per essenza imprevedibili. Se fossero prevedibili, sarebbero stati istantaneamente realizzati, come faceva notare già Joan Robinson nel 1951(11). Essa è d’altra parte determinata dall’atteggiamento delle aziende – atteggiamento motivato, oltre che da altri fattori “irrazionali”, dalle loro previsioni, che nulla garantisce saranno corrette. Essa è infine determinata dal comportamento della classe lavoratrice, altrettanto poco prevedibile (la loro tendenza ad avanzare rivendicazioni, per esempio, e la possibilità di farlo con successo, è soggetta a fattori psicologici, politici, ecc.).
  • Infine, il nucleo dei ragionamenti dell’economia accademica riguarda lo studio delle situazioni di “equilibrio” e delle loro condizioni di realizzazione. L’ossessione dell’equilibrio ha due radici, entrambe ideologiche. Le situazioni di equilibrio sono scelte perché sono le sole a permettere soluzioni determinate e univoche: i sistemi di equazioni simultanee forniscono una maschera di scientificità rigorosa. D’altra parte, gli equilibri sono quasi sempre presentati come equivalenti a situazioni di “ottimizzazione” (mercati “puliti”, fattori pienamente impiegati, consumatori che realizzano la loro soddisfazione massimale, ecc.). Il risultato è stato che, fino agli anni ’30, i persistenti disequilibri o gli “equilibri” catastrofici o non ottimizzanti (gli “equilibri” dei mercati monopolistici o oligopolistici, implicanti uno sfruttamento addizionale dei consumatori, o gli “equilibri” di sottoccupazione) sono stati perlopiù nascosti o relegati in note a piè di pagina. Si era arrivati persino a compiere la prodezza (Pigou) di presentare situazioni di disoccupazione massiccia come situazioni di equilibrio più o meno soddisfacenti, spiegando che gli operai disoccupati si erano in realtà “ritirati dal mercato” perché avevano preferito cercare un altro impiego piuttosto che accettare una drastica riduzione dei salari. (Questo genere di asinate circola ancor oggi, quando si presume che la disoccupazione in Europa sarebbe riassorbita se solo l’“offerta del lavoro” divenisse più “flessibile”, cioè se gli operai accettassero tagli salariali e altri simili vantaggi…). Ora la situazione permanente dell’economia capitalista è una successione di disequilibri cangianti, il che ha come risultato di rendere le previsioni aleatorie e la struttura presente tanto del “capitale” che della domanda piena di “fossili” (Joan Robinson).

La realtà effettiva dell’economia capitalista

“La questione è”, disse Alice, “se voi potete dare alle parole significati così diversi”. “La questione è”, rispose Humpty Dumpty, “chi ha da essere il padrone, ecco tutto”(12). Per molto tempo, la nuova “scienza economica” si è preoccupata unicamente dei fattori che determinano i prezzi delle merci particolari in condizioni di “equilibrio” statico. Gli economisti credevano o facevano finta di credere che gli stessi fattori che determinano il prezzo di una merce “ideale” in condizioni “ideali” (concorrenza perfetta, ecc.) determinerebbero quasi tutti i prezzi (compresi il “prezzo del lavoro” e il “prezzo del capitale”), i quali a loro volta determinerebbero tutto ciò che accade d’importante nell’economia: il suo equilibrio globale, la ripartizione del reddito nazionale, l’allocazione delle risorse prodotte tra diverse categorie di utenti e di uso, e – ma questa questione restava avvolta in una nube di vapore – l’evoluzione a lungo termine. Tutto ciò doveva, tranne poche correzioni, derivare dalle curve dei costi e delle utilità marginali, di cui si poteva “dimostrare” con poca spesa che si incrociavano sempre in punti ottimali di “equilibrio”. Che la caratteristica fondamentale del capitalismo sia lo sconvolgimento brusco e violento dell’economia e della società, dunque la riproduzione incessante delle discontinuità, non sembrava far loro perdere il sonno.

Questo ritornello continua a essere mormorato sotto voce dagli economisti accademici d’oggi, ma nessuno sembra più prenderlo sul serio. Senz’altro questo è dovuto al fatto che la finzione della concorrenza perfetta, pura e perfetta o perfettamente perfetta è andata in fumo – tornerò su questo – e che è impossibile, anche sulla carta, passare dalla realtà di mercati oligopolistici a “equilibri” generali capaci di ottimizzare qualcos’altro che non siano i profitti degli oligopoli o, più precisamente, dei gruppuscoli che ne sono a capo. Non solo, la mondializzazione effettiva della produzione capitalista – con le differenze colossali di condizioni di produzione che esibisce tra paesi di antica industrializzazione e paesi “emergenti” – rende semplicemente ridicolo ogni postulato d’omogeneità anche approssimativa dei mercati dei “fattori di produzione” su scala planetaria.

Per la fase “classica” del capitalismo, cioè fino al 1975 circa, tre gruppi di problemi si ponevano ad ogni analisi economica che volesse mantenersi pertinente alla realtà e a quegli aspetti dell’economia importanti per lo stato e l’evoluzione della società. Il primo, definito con chiarezza da Ricardo e ripreso da Marx, è quello della ripartizione del prodotto sociale (“reddito nazionale”). Esso influenza fortemente l’allocazione delle risorse tra categorie (“settori”) della produzione. Il secondo è quello del rapporto tra risorse produttive disponibili (“capitale” e lavoro) e la domanda sociale effettiva, rapporto da cui dipende il pieno impiego o il sottoimpiego di queste risorse. È strettamente legato al terzo: quello dell’evoluzione dell’economia, cioè della crescita effettiva o desiderabile della produzione. I tre gruppi sono in comunicazione stretta, poiché per esempio la ripartizione del reddito è il principale fattore che regola la ripartizione delle risorse, la quale a sua volta svolge un ruolo essenziale nella quantità come nel contenuto dell’investimento, e da lì sulle evoluzioni future dell’economia.

Se si trascurano i dettagli, le qualificazioni e i casi particolari, e se in prima istanza si fa astrazione dal commercio estero (per esempio, ipotizzando un’economia mondiale pressoché omogenea), la risposta a queste domande è sorprendentemente semplice. La ripartizione dei redditi tra classi sociali e, all’interno di ciascuna classe, tra gruppi sociali evolve in funzione essenzialmente del rapporto di forze tra loro. Questa ripartizione regola in prima approssimazione l’allocazione delle risorse tra consumo e investimento. Grossomodo, i lavoratori consumano quel che guadagnano; i possidenti guadagnano da quel che gli altri spendono, consumano una piccola parte del proprio reddito e ne investono la maggior parte – o non la investono, nel qual caso essa sparisce, nello stesso momento in cui appare una situazione di sottoccupazione. Per quella via si determina anche la ripartizione dell’investimento tra industrie produttrici di beni di consumo e industrie produttrici di mezzi di produzione. L’“equilibrio globale” – l’uguaglianza approssimativa tra capacità d’offerta, ossia impiego del capitale e della forza lavoro disponibili, e la domanda effettiva, cioè solvibile – dipende in primo luogo dal numero di investimenti. Se si considera il totale dei salari e dei redditi dei possidenti destinati al consumo come dati, ci sarà equilibrio solo nel caso in cui le imprese investano quanto basta a riassorbire la capacità produttiva delle industrie produttrici di mezzi di produzione. Nulla impedisce che lo facciano. Ma neanche garantisce che lo faranno. Questo dipende da numerosi fattori, di cui il principale è costituito dalle previsioni in loro possesso sulla domanda futura dei loro prodotti(13). Su queste previsioni si possono dire poche cose ragionevoli, a priori e in generale. Di qui, le fluttuazioni ricorrenti del livello d’attività e le “complicazioni” che possono arrivare fino a depressioni più grandi o a fasi di forte inflazione. Se si considera in prima approssimazione il ritmo del progresso tecnico (e quindi anche dell’aumento della produttività del lavoro) come pressoché costante, queste stesse previsioni e il livello d’investimento che comandano determineranno il tasso di crescita dell’economia a più lungo termine. In questo caso, la tendenza sarà condizionata dall’insieme dell’esperienza passata dell’economia capitalista, che è quella di un’espansione in media. Ci sarà dunque sul “lungo termine” una prospettiva favorevole alla crescita, ma anche un margine d’incertezza importante in ogni singolo istante per ogni singola impresa, la quale, combinata con gli echi degli effetti delle fluttuazioni precedenti sul capitale fisso esistente, esclude che ci possa essere mai una crescita equilibrata e “stazionaria” (a tasso praticamente costante, steady) a lungo termine. Questo quadro generale può e deve essere evidentemente riempito considerando altri fattori (accelerazione o rallentamento del progresso tecnico, variazioni nel movimento demografico, apertura di nuove zone geografiche di investimento e così via). In tutto questo niente autorizza a parlare né di equilibrio assicurato, né di un tasso di crescita o di un livello di produzione ottimale, né di una massimizzazione dell’utilità sociale, né di una remunerazione del lavoro secondo il suo “prodotto marginale”, né di un tasso naturale del profitto o dell’interesse, né di nessun altro degli adoni e delle ninfe che popolano i manuali di economia. In particolare, i profitti delle aziende non sono determinati dal “costo marginale” del loro prodotto (che fissa solamente, in tempi normali, un limite inferiore ai loro prezzi di vendita) ma dal prezzo che esse possono ottenere (imporre, estorcere) per il loro prodotto essendo dato lo stato della domanda. Già questo basta a escludere ogni discussione sulla “razionalità” dell’allocazione delle risorse nell’economia.

Ecco comunque un certo numero di fatti che mostrano in concreto in cosa consiste la “razionalità” economica sotto il capitalismo:

  • ogni azienda investe in primo luogo nella propria linea di produzione, e non laddove il profitto sarebbe “marginalmente superiore” (dunque “socialmente preferibile”). Se si avventura a investire in altri settori, è perché prevede là un tasso di profitto sensibilmente superiore;
  • quasi tutte le aziende (compresi gli esercizi commerciali di quartiere) si trovano in situazioni d’oligopolio e non di concorrenza – se non di vero monopolio o di intesa tra produttori in varie forme;
  • questo fatto comporta un’indeterminatezza delle nozioni di “merce” come prodotto omogeneo e di “settore” come insieme di aziende che producono “lo stesso prodotto”;
  • le decisioni dell’azienda, se investire o no, se aumentare o ridurre la produzione, sono prese sempre disponendo di informazioni lacunose e oblique; nelle aziende importanti, queste decisioni sono il risultato di battaglie interne di “esperti” e di gruppetti burocratici (e non di una “procedura razionale di decisione”, Simon, ecc.). Esse sono fortemente manipolate nel senso favorevole a mantenere in carica la classe dirigente, come avevano mostrato fin dagli anni ’60 gli studi di Robin Marris;
  • la situazione interna all’azienda presenta una quota più o meno elevata di opacità per i dirigenti, dovuta alla burocratizzazione dell’azienda e alla resistenza dei lavoratori(14);
  • il “mercato del capitale” (e del credito) è totalmente “imperfetto” sia perché i fondi disponibili, come già detto, si dirigono di preferenza verso gli ambiti dove sono stati guadagnati, sia perché la situazione dei movimenti finanziari è opaca, sia perché esistono legami molto forti tra banche e industria;
  • in stretta connessione col punto precedente, il “capitale”, come potere di disporre di risorse produttive e in particolare del lavoro altrui, è in parte dissociato dalla proprietà o dal possesso di somme di valori. Ciò che conta è la possibilità di accesso a tali risorse che può essere assicurata per altre vie (per esempio, credito bancario);
  • la “valutazione” delle imprese esistenti sul mercato è nebulosa, perché dipende dalle previsioni sui loro profitti futuri e sul “tasso medio” previsto di profitto;
  • la produzione (e il mercato del lavoro fino a un certo punto) è piena di rendite di posizione;
  • la proprietà privata della terra crea una rendita fondiaria assoluta (Marx) che non ha né può avere alcuna giustificazione economica;
  • la forza lavoro non è una merce. La sua produzione e riproduzione non sono né possono essere regolate da un “mercato”(15);
  • il rendimento effettivo del lavoro (o il tasso effettivo remunerazione/rendimento fisico, TERR(16)) è largamente indeterminato.

Nella fase attuale del capitalismo, cioè da circa un quarto di secolo, tutto ciò resta vero, ma nuovi fattori sconvolgono la prospettiva d’insieme. Così, la mondializzazione effettiva della produzione, resa possibile da ulteriori sviluppi tecnologici (in breve, la riduzione a quasi niente, quantitativamente parlando, dell’importanza della qualificazione del lavoro nella produzione materiale, mettendo così alla mercé del capitale mondiale miliardi di affamati di ogni dove) e politici (la resa dei governi in materia di politica economica, in particolare la liberazione completa dei flussi internazionali di capitale), ha prodotto quest’effetto apparentemente paradossale di distruggere l’omogeneità delle condizioni economiche di produzione nel mondo nel momento stesso in cui si stava stabilendo un mercato realmente mondiale. In queste condizioni ogni discussione che provi a determinare i prezzi o altro – inclusi i profitti capitalistici – tramite fattori “razionali” diventa ridicola. Tornerò su questo nella parte finale del testo.

Efficacia relativa, accortezza e resistenza del capitalismo

La miglior giustificazione del capitalismo resta quella che offriva, al termine della sua vita, Schumpeter, in Capitalismo, Socialismo, Democrazia. Joan Robinson(17) l’ha riassunta così: il sistema è certo crudele, ingiusto, turbolento – ma fornisce la merce, e smettetela di brontolare perché è questa merce che voi volete. Giustificazione circolare, anche qui. Nei paesi “ricchi”, le persone “vogliono” questa merce perché sono addestrati fin dalla più tenera età a volerla (andate a visitare una scuola materna di oggi) e perché il regime impedisce loro, in mille e un modi, di volere qualcos’altro. In tutti i paesi, perché se il capitalismo non ha inventato ab ovo quello che si chiama effetto di dimostrazione, ne ha elevato il potere a un grado prima sconosciuto. Per il momento, questa merce bene o male continua a essere in grado di fornirla. Qui la discussione non può che fermarsi: fintanto che la gente vorrà questa accumulazione di cianfrusaglie, accumulazione sempre più aleatoria per un numero crescente di persone, e di cui potranno forse un giorno essere saturi, la situazione non cambierà.

Ma alcune domande restano. Fin dove arriva, e su che cosa poggia, questa “efficacia”, malgrado tutti i suoi limiti, del capitalismo? Come si spiega che il regime abbia potuto sopravvivere a una lunga serie di crisi e di vicissitudini storiche e, fino a un certo momento almeno, uscirne rinforzato? Quali sono, al riguardo, i cambiamenti che la sua nuova fase può generare? La risposta alla prima domanda non è così difficile. Il capitalismo è il regime che punta ad accrescere con ogni mezzo la produzione – una certa produzione, non dimentichiamolo – e a ridurre con ogni mezzo i “costi” – costi, non dimentichiamo neppure questo, definiti in un senso molto restrittivo: né la distruzione dell’ambiente, né lo schiacciamento delle vite umane, né l’abbrutimento delle città, né il trionfo universale dell’irresponsabilità e del cinismo, né la sostituzione della tragedia e della festa popolare con i teleromanzi sono tenuti in conto in questo calcolo, né potrebbero esserlo in nessun calcolo di questo tipo. Per fare questa fine, esso ha saputo e potuto contare su uno sviluppo della tecnologia senza precedenti nella storia, che esso stesso ha in mille modi promosso – tecnologia essa pure strettamente orientata, è vero, ma adeguata ai fini perseguiti: potere per le fasce dominanti, consumo di massa per la maggioranza dei dominati, distruzione del senso del lavoro, eliminazione del ruolo umano nella produzione. Ma il mezzo più formidabile è stata la distruzione di tutti i significati sociali precedenti e l’aver instillato nell’animo dei più il desiderio rabbioso di acquisire tutto ciò che, nella sfera di ciascuno, è o appare accessibile (per questo esso accetta praticamente tutto). Questa enorme mutazione antropologica può essere chiarita e compresa, ma non “spiegata”.

A questi mezzi si è aggiunta, da un certo momento e nient’affatto dall’inizio, la trasformazione di un meccanismo istituzionale risalente ai tempi più remoti, il mercato, liberato da ogni impedimento ed esteso gradualmente a tutte le sfere della vita sociale. Questo mercato non è, non è mai stato e mai sarà, fintanto che il capitalismo esisterà, un mercato “perfetto” né tantomeno concorrenziale nel senso pietoso dei manuali d’economia politica. È sempre stato caratterizzato dagli interventi del potere statale, le coalizioni dei capitalisti, la parzialità delle informazioni, le manipolazioni dei consumatori e la violenza aperta o camuffata contro i lavoratori. Non è molto diverso da una giungla moderatamente selvaggia: come in ogni giungla, i più adatti a sopravvivere sono sopravvissuti, e sopravvivono. Senonché questa attitudine alla sopravvivenza non coincide con nessun optimum sociale, né col massimo di una produzione ostacolata dalla concentrazione del capitale, dagli oligopoli e dai monopoli, per non dire delle allocazioni irrazionali di risorse, delle capacità non impiegate e del conflitto permanente sulla produzione nei luoghi di lavoro. Ma attraverso gli alti e bassi, i boom e i crash, bene o male esso ha funzionato pur nei suoi limiti e secondo le sue finalità.

La risposta alla seconda domanda, sempre che ve ne sia una, è più difficile e complessa. Per l’essenziale, essa è paradossale. Lasciata a se stessa, la minimizzazione dei costi implica logicamente salari più bassi possibile per una produttività più alta possibile. Era verso una situazione di questo tipo che si orientava spontaneamente il capitalismo della prima metà del XIX secolo, ed è questa logica che Marx ha estrapolato con i suoi concetti del depauperamento e della sovrapproduzione. Sono state le lotte operaie a controbilanciare questa tendenza, imponendo aumenti di salario e riduzione dell’orario di lavoro che hanno creato enormi mercati interni di consumo ed evitato al capitalismo di affogare nella sua stessa produzione. Si è ugualmente visto, si sa, lo si può dimostrare – Keynes l’aveva fatto – che lasciato a se stesso il sistema non va spontaneamente verso un “equilibrio”, per quanto approssimativo, ma semmai verso un’alternanza di fasi espansive e recessive – le crisi economiche – le più violente delle quali possono generare, ed è successo, una distruzione ingente di ricchezze accumulate e una disoccupazione vertiginosa (il 30% della forza lavoro negli Stati Uniti nel 1933). Ora, anche in questo caso, sono state reazioni sociali e politiche a imporre a partire dal 1933, inizialmente negli Stati Uniti, nuove politiche d’intervento dello Stato nell’economia.

Nei due casi – ripartizione del prodotto sociale, ruolo dello Stato – l’establishment capitalista, bancario e accademico ha rabbiosamente combattuto queste folli innovazioni che rischiavano di provocare la fine del mondo. Per molto tempo, i padroni non si sono limitati a chiedere (e a ottenere) l’intervento dell’esercito contro gli operai in sciopero; hanno proclamato che era loro impossibile accordare aumenti di salario o riduzioni della giornata lavorativa senza provocare il fallimento delle loro imprese e della società tutta; e hanno sempre trovato dei professori di economia politica che dessero loro ragione. E M. Rueff, l’eroe della politica economica francese, organizzava la “deflazione Laval” nel 1932, mentre dall’altra parte della Manica il Tesoro e la Banca d’Inghilterra accumulavano memorandum dimostrando che qualunque rilancio della domanda tramite lavori pubblici avrebbe generato una catastrofe economica.

È solo dopo la seconda guerra mondiale che aumenti più o meno regolari dei salari e regolazione statale della domanda globale sono stati generalmente accettati dai datori di lavoro e dagli economisti accademici. Ne è seguita la più lunga fase di espansione capitalista, pressoché ininterrotta (i “trenta gloriosi”). Come Kalecki aveva previsto già nel 1943, la conseguenza è stata una pressione crescente sui salari e sui prezzi, manifestatasi chiaramente a partire dagli anni ’60. Nulla attesta che essa non avrebbe potuto essere moderata da politici moderati. Ma qui è entrato in gioco un fattore propriamente politico. Questa situazione lievemente inflazionistica è stata il segnale, e il pretesto, per una controffensiva reazionaria (Thatcher, Reagan), una sorta di controrivoluzione conservatrice, che da quindici anni si è diffusa su tutto il pianeta. Sul piano politico, questa controffensiva ha significato il fallimento dei partiti “di sinistra” tradizionali, l’enorme perdita d’influenza dei sindacati, il manifestarsi della mostruosità dei regimi del “socialismo reale” prim’ancora del loro crollo, l’apatia e la privatizzazione delle popolazioni, la loro irritazione crescente contro l’ipertrofia e l’assurdità delle burocrazie statali. A parte l’ultimo, tutti questi fattori traducono direttamente o indirettamente la crisi del progetto sociale-storico di autonomia individuale e collettiva. Il grande squilibrio nel rapporto tra forze sociali che ne è conseguito ha riaperto la strada a un “liberalismo” brutale e cieco, di cui certo i principali beneficiari sono i grandi gruppi industriali e finanziari e le élite che ne sono a capo, ma che va ben al di là del loro ruolo politico; in Francia, in Spagna, in molti paesi nordici, sono stati i partiti cosiddetti socialisti a incaricarsi di introdurre e imporre, o di mantenere (in Gran Bretagna) il neoliberalismo. Si assiste al trionfo sfrenato dell’immaginario capitalista nelle forme più grossolane.

Questo si è materializzato soprattutto con lo smantellamento del ruolo dello Stato nel settore dell’economia. I movimenti internazionali dei capitali sono stati liberati di ogni controllo; il feticismo dell’equilibrio di bilancio impedisce ogni politica di regolazione della domanda; la politica monetaria è passata interamente nelle mani di banche centrali la cui unica preoccupazione è la lotta contro un’inflazione ormai inesistente. Ne è risultata, negli ultimi quindici anni, una disoccupazione mantenuta a livelli elevati; là dove c’è stato un indietreggiare della disoccupazione, come negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, il prezzo è stato la proliferazione di lavori part time o mal remunerati e la stagnazione o la riduzione dei salari reali, parallelamente a una crescita costante dei profitti delle aziende e dei redditi delle classi ricche. L’attacco frontale contro i salari e i vantaggi un tempo conquistati dai lavoratori, reso possibile dal rialzo della disoccupazione e dalla precarietà dei lavori, viene giustificata col seguente ricatto: bisogna ridurre i costi del lavoro per far fronte alla concorrenza estera ed evitare le delocalizzazioni. Si pretende così di credere che una diminuzione di qualche punto percentuale dei salari in Francia o in Germania basti per lottare con successo contro la produzione di paesi in cui i salari sono un decimo o un ventesimo dei nostri (2,5 dollari, ossia 15 franchi, al giorno per gli operai della Nike reclusi nelle fabbriche in Indonesia; ancora di meno in Vietnam). Nessuna “flessibilità del lavoro” nei vecchi paesi industrializzati potrebbe opporre un argine alla concorrenza della manodopera miserabile di paesi che contengono una riserva inesauribile di forza lavoro. Ci sono, mobilitabili rapidamente e praticamente senza bisogno di formazione, centinaia di milioni di potenziali operai e operaie in Cina, altrettanti in India, pochi di meno negli altri paesi asiatici, per non parlare dell’America latina, dell’Africa e dell’Europa dell’est. Ed è ridicolo pretendere che una transizione esente da contrasti potrà portare paesi che presentano simili distanze nelle loro condizioni di partenza a una situazione di armoniosa divisione internazionale del lavoro. Si assiste a una fase di transizione brutale, selvaggia, su una scala molto più grande e in un lasso di tempo molto più concentrato rispetto alle altre fasi di transizione della storia del capitalismo, che si vuole giustificare con il pretesto assurdo che il corso attuale è ineluttabile, che nessuna politica può resistere allo juggernaut dell’evoluzione dell’economia.

In una tale situazione è vano discutere di qualunque “razionalità” del capitalismo. Il regime ha allontanato da sé i pochi mezzi di controllo che 150 anni di lotte politiche, sociali e ideologiche erano riusciti a imporgli. La dominazione anomica dei “baroni” predatori dell’industria e della finanza negli Stati Uniti alla fine del secolo scorso offre solo un pallido precedente. Le aziende multinazionali, la speculazione finanziaria e anche le mafie nel senso stretto del termine saccheggiano il pianeta, guidate unicamente da una visione a breve termine dei loro profitti. L’insuccesso di ogni tentativo di preservare l’ambiente dagli effetti dell’industrializzazione, civile e selvaggia, non è che il segno più spettacolare della loro miopia. Gli effetti prevedibili e terrificanti della “modernizzazione” degli altri quattro quinti del mondo non svolgono nessun ruolo nelle attuali politiche(18).

La prospettiva che ne risulta non è quella di una “crisi economica” del capitalismo nel senso tradizionale. In astratto, il capitalismo (la aziende mondiali) potrebbe andare sempre meglio fino al giorno in cui il cielo ci cadrà sulla testa. Questo implicherebbe tuttavia, tra le altre cose, che la rovina dei vecchi paesi industrializzati, soprattutto in Europa, e l’uscita di miliardi di persone dal loro mondo millenario per entrare in società tecnicizzate, salariate e urbane nei paesi non ancora industrializzati potrebbero avvenire senza scosse sociali e politiche ulteriori. È una prospettiva possibile. Non è sicuro che sia la più probabile.

L’analisi può proseguire fino a porsi questo tipo di domande. Il resto dipende dalle reazioni e dalle azioni dei popoli dei paesi coinvolti.

(Settembre 1996-Agosto 1997)

(1) Il saggio è stato pubblicato nella “Revue Internazionale de Psychosociologie”, n. 8/1997. Il testo è una relazione tenuta all’incontro del CIRFIP, “Razionalità strumentale e società”, nell’ottobre 1996, dal titolo: «Appunti utili a una critica della “razionalità” del capitalismo». La presente versione, notevolmente ampliata e rimaneggiata, deve molto ai rilievi critici di Vassili Gondicas. La traduzione è di Roberto Camarlinghi.
(2) Cfr. il mio testo del 1974, Riflessioni sullo “sviluppo” e la “razionalità”, ripreso in Domaines de l’homme, Les Carrefours du labyrinthe II, Le Seuil, Paris, 1984 (tr. it., Gli incroci del labirinto II, Hopefulmonster, Torino, 1989, N.d.T.), in particolare il § 4, «La finzione di un’economia “razionale”».
(3) Cfr. il mio testo «Potere, politica, economia» (1988), ripreso ora in Le Monde morcelé, Le Seuil, Paris, 1990, pp. 113-140.
(4) Già in Ferguson (An Essay on the History of Civil Society, 1759) e Benjamin Constant (De la liberté des Anciens, comparée à celle des Modernes, 1819).
(5) Cfr. il mio libro L’institution imaginaire de la société, prima parte (1965), ripresa nell’edizione di Seuil (1975), p. 62, e «Développement et “rationalité”» (1974), cit. N.d.T. Di questo testo solo la II parte è stata tradotta in italiano; cfr. nota n.2.
(6) Cfr. l’opera fondamentale di Aaron Gurvitch, Categories of Medieval Thought (tr. fr. presso Gallimard).
(7) Se ne ha una nuova dimostrazione in vivo – e in anima vili – nel carattere propriamente mafioso della “ri- accumulazione primitiva” operata dal processo di “privatizzazione” nelle società dei paesi ex-comunisti.
(8) La separazione del produttore e dei mezzi di produzione non è specifica del capitalismo; essa è già all’opera nella schiavitù.
(9) Cfr. William H. McNeill, Keeping Together in Time, Harvard UP, 1996, e la critica di John Keegan in Times Literary Supplement, 12 luglio 1996, p. 3, e 6 settembre 1996, p.17.
(10) Già nel mio testo del 1974 citato prima notavo come i responsabili della “politica dello sviluppo” cominciassero a capire che gli “ostacoli allo sviluppo” erano ben più profondi dell’assenza di capitale o di qualifiche tecniche. Questo risulta da rapporti ufficiali della Banca mondiale, ad esempio, ma senza influenzare gli “economisti teorici”. Del resto, persino responsabili politici “seri” continuano a scoprire la Luna. In un recente discorso, Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve, avanzava l’idea che l’introduzione del capitalismo in un paese era impossibile se certi presupposti “culturali” non erano dati. William Pfaff, International Herald Tribune del 14 luglio 1997 (p. 8) lo cita dicendo che dal 1989 (!) lui aveva scoperto che “molte cose che avevamo ritenute scontate nel nostro sistema di mercato e supposte appartenere alla natura umana non appartenevano affatto alla natura, ma alla cultura. Lo smantellamento della pianificazione centrale in un’economia non instaura automaticamente, come supponevano alcuni, un capitalismo di mercato”.
(11) “Notes on The economics of technical progress”, in The Rate of Interest and Other Essays, 1951, p. 56: “If future innovation were foreseen in full detail it would begin to be made at once…”. L’argomento lo si ritrova anche in testi successivi di Karl Popper, con lo stesso intento di mostrare l’imprevedibilità del progresso tecnico.
(12) Nell’originale: “which is to be master”. Altri passaggi di Alice mostrano che l’autore, in costruzioni analoghe, utilizza alternativamente e indifferentemente i termini which (“quale dei due”) e who (“chi”): per esempio, nell’ultimo capitolo di Through the Looking-Glass, si trova “which dreamed it?” e “who it was that dreamed it all”.
(13) Keynes vi aggiungeva il “costo” dell’investimento misurato in base al tasso d’interesse. Ma, per le aree che contano, le variazioni del tasso d’interesse sono meno decisive delle prospettive di profitto e soprattutto i loro effetti sono dissimmetrici. Le banche centrali possono soffocare un’espansione mediante aumenti importanti dei tassi d’interesse, ma possono con minor facilità, per non dire nessuna, suscitarla. Lo testimoniano numerosi casi dal 1945, e ancora oggi la situazione in Germania, in Francia e soprattutto in Giappone. I tassi reali in Francia e in Germania sono ai minimi da molto tempo; mentre in Giappone il tasso di sconto è dello 0,5% e il rendimento delle obbligazioni inferiore al 2%.
(14) Cfr. il mio testo “Sur le contenu du socialisme, III” (1958), oggi in L’expérience du mouvement ouvrier, vol. 2, ed. 10/18, 1974.
(15) Ho sviluppato questo punto numerose volte: in “Sur la dynamique du capitalisme” (Socialisme ou barbarie, n. 12, sett./ott. 1953); “Le mouvement révolutionnaire sous le capitalisme moderne” (1960) ripreso in Capitalisme moderne et révolution, vol. 2, ed. 10/18, 1979; “Valeur, égalité, justice, politique: de Marx à Aristote et d’Aristote à nous” (1975), ripreso in Les Carrefours du labyrinthe, Le Seuil, Paris, 1978. N.d.T. cfr nota n. 2.
(16) Cfr. il mio libro Devant la guerre, Paris, Fayard, 1981, p. 132, nota 1.
(17) Economic Philosophy, Penguin, 1962, p. 130.
(18) Evocavo gli effetti prevedibili dell’industrializzazione dei paesi “non sviluppati” già nel mio testo del 1974, citato in nota 2, e senza dubbio non ero il primo.

Comunicato di Villa Amalias: Noi siamo e rimarremo qui

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Preso dal sito di Villa Amalias

Oggi, 20 dicembre 2012, la polizia è entrata in Villa Amalias. Usando il pretesto di una lamentela per spaccio di droga, hanno perquisito la casa con la presenza del procuratore distrettuale. Cio che hanno incontrato è ridicolo. Tuttavia quello che hanno incontrato, secondo Denias (ministro dell ordine pubblico), prova che Villa Amalias era l »epicentro dell illegalità» per 22 anni e che la legge, grazie alla »coraggiosa volontà politica» del primo ministro Samaras, è stata finalmente restaurata.

Quale collegamento logico potrebbe accostare le bottiglie vuote a »materiale per fabbricare bottiglie molotov»? è forse strano incontrare un gran numero di bottiglie in un posto che ospita di continuazione eventi, concerti e gestisce un bar? Cosa si intende per »materiale infiammabile»? forse si riferiscono al liquido per pulire le stampanti dello squat? dobbiamo parlare poi delle maschere anti-gas che ogni manifestante che tiene alla sua salute dovrebbe portare? oppure parliamo agli elementari oggetti di autodifesa (le ridicole granate accecanti o le fionde) in uno spazio che è stato ripetutamente attaccato dalle bande para-statali (incendi, accoltellamenti e pestaggi) con l apogeo raggiunto nel 2008, quando il ministro dell ordine pubblico Markogiannakis visitò i »residenti» di Agios Panteleimonas (famosa piazza dove si riuniscono i fasci) e dopo alcuni minuti da quando se ne andò venimmo attaccati…

Grazie al pretesto del raid loro hanno materializzato un sogno bagnato di lunga data: sono entrati in un posto che è uno dei simboli concreti di tutto cio che si oppone con ostilità a tutto cio che rappresenta la sovranità, l imposizione, la sterilizzazione, l indifferenza, la resa, e la sottomissione. In questo hanno ragione.

Questo è quello che siamo. Noi e le migliaia di manifestanti, le persone che lottano, gli squatters, gli scioperanti, quelli che combattono per strada. Noi siamo i senzatetto, i punk e i ribelli, i vegetariani e le femministe/i, i notturni e i lavoratori, i poveri e gli addolorati, le vittime del razzismo e i vendicatori delle ingiustizie. Il ministro ci ha chiamato l epicentro dell illegalità…

E ora dobbiamo parlare seriamente. Villa Amalias è una proposta organizzativa con cui bisogna fare i conti. Il massacro in corso del capitale contro il mondo del lavoro presupposizione la distruzione di tutte le sue strutture: la morte di tutto cio che i sindacati hanno ottenuto, ogni struttura di solidarietà e dissenso, gli spunti auto-organizzativi: tutto è nel mirino. Il programma dell estrema destra è prevalso sin dallo scoppio della crisi iniziò con la dichiarazione che parlava di una supposta »bomba igienica» di Loverdos (ministro della sanità del tempo che sosteneva il fatto che 300 migranti in sciopero della fame costituivano un rischio per l igiene nel centro di Atene). Continuò con la presa di mira dei migranti (al muro/confine di Evros, campi di concentramento e l operazione Xenios Zeus (anti-migrante), la gogna delle prostitute siero positive, sempre aiutati dalla violenza di estrema destra contro migranti, venditori ambulanti e omosessuali. La tortura degli antifascisti al quartier generale della pula dopo la manifestazione antifascista in moto, gli attacchi contro gli squat e la forte repressione contro ogni rivendicazione lavorativa o sociale, lascia pochi dubbi sul fatto che il nemico ha posto contro di noi un forte blocco; un blocco contro cui noi ora dobbiamo resistere.

Durante gli ultimi 22 anni siamo stati in un palazzo che era abbandonato da decenni. Lo abbiamo mantenuto e gli abbiamo dato vita. Siamo uno squat che ha sempre avuto le porte aperte a gruppi e individui e ha promosso la cultura anti-commerciale, la dignità umana, sociale, antifascismo e lotta di classe. Villa Amalias sta combattendo ferocemente, non per proteggere dei muri, ma per proteggere i nostri desideri, i nostri sogni e le nostre speranze per una vita un po più libera per tutti noi.

Noi chiediamo a chiunque si identifichi nell operazione lunga anni dello squat di prendere parte in questa lotta cruciale con noi.

Questo è il mulino che i macellai di Don Quijote ha attaccato, anche sono le idee il loro bersaglio. Questo è quello che illegalità e assenza di leggi significa per loro. La loro caccia alla streghe gli porterà incubi.

RILASCIO IMMEDIATO PER GLI SQUATTERS DI VILLA AMALIA

Grecia: La polizia fa un raid nella occupazione di Villa Amalias, Atene

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Ancora una volta, lo Stato sta cercando di terrorizzare attraverso raid improvvisi gli spazi auto organizzati.

Lo squat di Villa Amalias è stato occupato da 22 anni ed è un palazzo situato tra la via Heyden e Acharnon. Nello squat sono stati ospitati nel corso degli anni centinaia di eventi culturali e politici (concerti, spettacoli teatrali, proiezioni etc…), mentre la cultura anti-commerciale, che si oppone alla cultura del mercato e del profitto, del potere e della proprietà aveva trovato un solido posto dove esprimersi. E’ chiaro ora, dopo cosi tanti attacchi quotidiani contro il movimento anti-autoritario ed anarchico, che le forze anti-sociali dell autoritarismo economico e politico mirano a ridurre al silenzio il movimento, di limitare il progetto di discussione pubblica che è unicamente determinato dai media di regime e dai nazi, e di proibire le azioni autorganizzate che partono dal basso e fori dai prtiti politici.

Secondo le informazioni di Indymedia Atene, 8 compagni dell occupazione sono stati arrestati, e una perquisizione sta venendo eseguita dalle forze della repressione statale. Già 200 persone si sono concentrate davanti allo squat ormai vuoto in solidarietà.
Esprimiamio solidarietà ai compagni di Villa Amalias e a chiunque combatta per la creazione di spazi sociali liberi e autogestiti.

PS. Noi capiamo la gioia dei fedeli servi del sistema e del potere, mentre osserviamo i blog dell estrema destra, cosi come quelli dei media di regime che si uniscono al coro, calluniando e festeggiando per il »successo» dello Stato di repressione. Promettiamo che la gioia dei nemici della società non durerà per sempre.

Antonio Gramsci: Odio gli indifferenti

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

Antonio Gramsci, 11 febbraio 1917

Via bluesandrea-quotations.blogspot.gr

Il testo in inglese e in greco

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